Da gennaio 2015 il Teatro la Ribalta-Kunst der Vielfalt ha una sala dove giornalmente gli attori e le attrici della compagnia si trovano per lavorare, fare prove e progettare iniziative.

Vogliamo che non sia solo la nostra sede. Vogliamo aprirla a tante iniziative e costruire un progetto di sostegno alla creazione artistica: un luogo per delle residenze teatrali, un luogo per incontri e dibattiti, un luogo per laboratori artistici e un luogo dove i nostri artisti “svantaggiati” si professionalizzano. Cerchiamo anche in questo ambito, come già pratichiamo ogni giorno nel lavoro di creazione, di evitare ogni forma di isolamento, di ambito protetto, per aprirci all’incontro, evitare l’autoreferenzialità ed essere, sempre di più, un progetto di inclusione sociale e culturale a servizio della città.

DAVANTI E DIETRO LE QUINTE
Direzione artistica
Antonio Viganò

Direttrice di produzione e responsabile sociale
Paola Guerra

Attrici, attori, danzatori, danzatrici
Melanie Goldner
Rodrigo Scaggiante
Mathias Dallinger
Maria Magdolna Johannes
Michael Untertrifaller
Daniele Bonino
Jason De Majo
Matteo Celiento
Rocco Ventura
Mirenia Lonardi

Collaboratori artistici
Julie A. Stanzak
Michele Fiocchi
Monica Trettel
Vasco Mirandola

LO SPAZIO
Sala prove 300 m²
1 camerino
2 bagni
1 palco prove 9 x 12 m
1 tribuna con 70 posti
1 impianto luci e audio

DOVE
Zona industriale di Bolzano
Via Volta-Str. 1B  (guarda su Google Maps)

BUS
10B (Fermata Bivio via Volta)

SCRIVONO DI NOI (Da “Scripta Manent 2018”)

“T’Raum”. Per fortuna l’hanno scritto con la vernice rossa su un muro grigio in mezzo a due frecce a fare da parentesi. Senza quella indicazione chissà dove saremmo finiti. L’edificio è in Via Volta, relegato in un angolo poco prima del sottopasso verso via Claudia Augusta. Per arrivarci occorre percorrere una strada senza uscita appoggiata alla linea ferroviaria. L’ingresso è nascosto dagli automezzi parcheggiati e proprio quando ormai ci si pensa smarriti, si scorge l’ingresso. Una scala rossa conduce alla porta, ai lati una bici appoggiata al muro, in alto la scritta “T’raum”, al centro il logo dell”Accademia Arte della diversità – Teatro la Ribalta. Si bussa, ma sono in corso le prove e nessuno riesce a sentirci, per cui telefoniamo al numero indicato sull’apposito biglietto. Passano pochi secondi e ci vengono ad aprire. Entriamo, il colpo d’occhio è decisamente suggestivo: pianoforti, abiti di scena, teste di toro, cavalli di legno, bambolotti appesi al soffitto e scritte sui muri. Sopra a un pianoforte coperto da un classicissimo panno rosso-teatro, campeggia una frase di Fernando Pessoa: “Niente si sa tutto si immagina”. Qui qualcuno dovrebbe aggiungere “qualcosa si realizza”. Perché l’importanza del lavoro del Teatro La Ribalta la si comprende al T’Raum ancor più che nei vari spettacoli prodotti dalla compagnia diretta da Antonio Viganò.
Per i pochi che ancora non la conoscono: l”Accademia Arte della diversità – Teatro la Ribalta“ è la prima Compagnia teatrale professionale costituita da uomini e donne in situazione di handicap che hanno scelto di diventare attori e attrici pro – fessionisti. Una definizione sufficientemente precisa che ha il difetto di rivelare pochissimo della compagnia e ancora meno dello spazio che stiamo visitando. Essenzialmente perché il T’Raum è un luogo dell’esistenza che, come spiega in maniera impeccabile Milan Kundera: “Non è ciò che è avvenuto. L’esi – stenza è il campo delle possibilità umane, di tutto quello che l’uomo può divenire, di tutto quello di cui è capace”. (L’arte del romanzo – Adelphi). Per Antonio Viganò e per i suoi attori è anche qualcosa di più intimo e personale: “È la nostra casa, quella che non abbiamo mai avuto. Uno spazio di lavoro quotidiano, un luogo bello, e scenografato figlio di un arredamento pensato collettivamente. Speciale come chi la vive”. Anche riguardo alla collocazione più che periferica, Viganò preferisce un approccio differente: “Siamo in zona industriale ma non ci sentiamo periferici. Siamo stati marginali per troppo tempo, ora non lo siamo più, ma questo non significa che non continuiamo a frequentare periferie e margini. Ci interessano ancora, ma come concetto mentale”. Il tempo stringe, Viganò deve tornare alle prove con i suoi at – tori e bastano pochi minuti di osservazione per comprendere pienamente la scelta del nome e di quell’apostrofo: T’Raum, lo spazio (Raum) del sogno (Traum). Quella “lesione” evocata dalla lettura in italiano si può dimenticare. Almeno qui.
(Da “Scripta Manent 2018”)