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| Due ragazzi si raccontano una storia che sanno. E sono le emozioni infantili che emergono in rituali, magari prima del sonno o comunque al riparo dallo sguardo dei grandi. Liberi nella loro immaginazione, esasperano e annullano la sequenzialità della fiaba, giocando con le analogie e con gli oggetti che hanno lì, a portata di mano. Amplificando drammi, ma ironizzando sulle pulsioni che infantili non sono o che comunque sono incapaci di gestire. | ![]() |
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Come prendere un mazzo di carte, tenendo quelle che più piacciono,
perdendo qualcosa del racconto, ma avviando un gioco di costruzione certo
più interessante, soprattutto per i piccoli spettatori che vengono
così invitati nella loro "zona d'ombra" a scomporre, ricomporre
e legittimare ogni possibile "Biancaneve". Note di regia Quando ho pensato a Biancaneve, ad una fiaba, ho pensato ad un gioco. Il gioco del teatro, dove è permesso rompere le regole, formularne altre, disegnare spazi immaginari, mostrarsi in un altro mondo e sotto altre forme. Forse questo gioco del teatro è simile al gioco della fiaba dove, in mondi immaginari, si dettano regole nuove, il più delle volte assurde, che bambini, gnomi, fate o giganti devono rispettare. Come se nel gioco della fiaba ci fosse il gioco del teatro , e viceversa. Perchè poi raccontare Biancaneve non lo so. Mi sembra che nelle fiabe, in tutte le fiabe, ci siano sempre in gioco gli stessi elementi: la gelosia, l'avarizia, l'invidia, la bellezza con la povertà, la ricchezza con la cattiveria; il tutto accompagnato da terribili torture e pene pesantissime, da magie e incantesimi. È come se in ognuna di queste ci fosse la storia del mondo, non quello immaginato, ma il nostro reale. E in effetti c'è. Allora la scelta di Biancaneve è stata fatta perchè mi avvicina a qualche cosa che mi sembra di conoscere, di avere di fronte. Poi mi sembra che Biancaneve possa rappresentare "la bellezza", quella che inquieta, quella piena di mistero, in un'aura religiosa, quasi sacra, che il pensiero non riesce a spiegare. Così come la Regina Cattiva non è solo la personificazione dell'invidia, del vecchio contro il nuovo, ma anche della realtà quotidiana di chi, a differenza di Biancaneve, non vive in un mondo fantastico, ma ha a che fare con problemi reali. Lo spettacolo cerca questo contrasto: da una parte il bisogno del fantastico, del magico e del mistero e dall'altra parte la necessità e l'urgenza del reale. In una tensione continua tra i due poli. Antonio Viganò
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